Il mio attuale status da desperate housewife (per la cronaca,
molto desperate e poco housewife) mi ha da poco riconciliata
con quell’aggeggio fornito di tubo catodico che la gente comunemente definisce
“televisione”. Confesso di averlo abbandonato per circa tre anni al suo inesorabile
destino: ovvero, quello di fungere da ingombrante soprammobile nella mia
libreria, a cui di tanto in tanto mi assicuravo di evitare il proliferare di
antiestetiche ragnatele.
In verità, non parlerei di un’effettiva riconciliazione, sarebbe più opportuno
limitare il tutto ad una momentanea pausa
di riflessione, viste le accese dispute tra me e quel coso lì. In fondo,
non è l’oggetto in sé che crea problemi, quanto il contenuto che negli ultimi
anni ha proposto (e continua a proporre), per il quale, un non meglio precisato
giorno di qualche anno fa, ho volontariamente preso le distanze, trovando conforto nel morbido fruscio che solo le pagine di un libro sono in grado di donare.
Com’era prevedibile, il televisore non l’ha presa molto bene...





